PISCOLOGIA

Cambiare è una scelta

Avete mai vissuto una relazione, una situazione, occupato un ruolo del quale non vi sentivate più soddisfatti ma da cui non riuscivate ad allontanarvi?

E vi siete mai chiesti cosa fosse a trattenervi?

Avete mai fatto un metaforico (ma anche no) avanti-ed-indietro indeciso tra le opzioni?

E, siate sinceri, quanti di voi hanno giustificato questo “tormento” con un segnale di interesse o coinvolgimento verso qualcuno/qualcosa e sono rimasti esattamente dove stavano?
Ben approdati nell’articolo sulle ragioni (alcune, per carità!) per le quali, pur volendo cambiare, si resta dove si è. Accomodatevi!
L’attaccamento al conosciuto, il timore di transitare verso l’ignoto (non in senso mistico ma inteso come qualcosa che non si conosce) spesso fa restare nella stessa “comoda” posizione tenuta fino al momento in cui si è sentito che qualcosa non stava più funzionando.

Si perché se la mente ragiona, comprende e giustifica una scelta con mille prove a favore della sua bontà, la pancia non mente (quasi) mai, se sappiamo ascoltarla.

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La sensazione del “non essere nel posto giusto” (nella relazione giusta, nel lavoro giusto, …) assomiglia un po’ alla vischiosa noia che per quanto fastidiosa non ci lascia alzare dal divano e ci trattiene. È a quella sensazione che mi riferisco: quel sentimento di inattività misto ad impotenza che ci fa credere che falliremo ancora prima di aver iniziato.

Vi siete mai chiesti come mai? Cosa fosse responsabile della vostra catena?

Le emozioni! ( e che ve lo dico a fare)

Molto più spesso di quanto crediamo, si resta in una situazione scomoda ma conosciuta per paura.
Paura di lasciare andare ciò che ci ha cullato per tempo, paura di non trovare un’altra “posizione” (sentimentale o professionale), di sentire il dolore e la sofferenza che sono legati al perdere qualcosa che, in tempi vicini o lontani, si è scelto.

In alcune circostanze è il senso di colpa a farla da padrone. Penso alle situazioni in cui un sistema sembra reggersi sulle vostre spalle ed il vostro cambiamento lo destinerebbe al crollo, al disfacimento. Lì il senso di responsabilità o la pesante convinzione di “passare per il cattivo” vincolano eccome!

La vergogna è un altro anello della catena. Se ci si concentra sul “cosa possono pensare gli altri” si rischia di perdere di vista cosa si sente, pensa e vuole.

Lasciare spazio a queste emozioni, senza dare loro la giusta attenzione, rischia di essere pericoloso. E vi spiego il perché.
Lasciare spazio alla paura che qualcosa possa andare storto, non vi farà mai verificare il contrario. Non vi farà provare la bontà del vostro progetto.
Se credo che la mia idea, per quanto desiderata e ragionata, sia destinata ad un tonfo colossale, state certi che resterà solo una fantasia.

Perché non provare a pensare, invece, che potrebbe funzionare? Perché non tentare di dire a se stessi “Ci provo” invece di “non ci riuscirò”. Più un pensiero abita la nostra mente, più vi si instaura in maniera stabile. Più passa il tempo e più ci si abitua a quella posizione e si resterà fermi. Insoddisfatti ma pingui e al sicuro (almeno nella nostra mente).

Abbiate paura e poi.. provate lo stesso!

Accettate la possibilità di essere sgomenti e confusi e fate un passo, al meglio delle attuali possibilità. Non dico di lanciarvi con l’elastico da un ponte senza imbracatura ma almeno prendete informazioni sul bungee jumping se è quello attraverso cui pensate di dare una scossa alla vostra vita. Verificate, con rigore quasi scientifico, quanto ciò che desiderate possa diventare una realtà e procedete, un passo alla volta, un sospiro d’ansia dopo l’altro.

Se sentite invece di avere la responsabilità di un sistema che sentite reggersi sulle vostre spalle, ho una soluzione: trovare un altro pilastro!
Non suggerisco di cercare nuovi partner per i vostri futuri ex (sono simpatica, oramai lo sapete) ma di essere sensibili da considerare le istanze dell’altra persona e permettere a chi vi sta vicino di accostarsi al vostro cambiamento nella maniera più morbida possibile.

E poi scoprire che, magari, quel desiderio di riorganizzazione era anche suo…

Questo non vi redimerà dal senso di colpa ma potreste considerare il sentimento come il prezzo del vostro gesto, per una successiva soddisfazione.
Allontanarsi da una relazione insoddisfacente ma di lunga durata, lasciare la famiglia d’origine, accollarsi il ruolo del “cattivo” per seguire una scelta “controcorrente”, può costare del senso di colpa nei confronti di ciò che rimane indietro.

Il parere degli altri è una delle ragioni meno necessarie ma altrettanto frequenti.
Farsi fermare perché l’opinione di qualcuno ha più peso della propria è un fastidioso anello di una catena pesante.

Tenete in considerazione consigli, spunti, suggerimenti di supporters e detrattori ma poi: decidete autonomamente.

“Nonostante” e “Grazie a”.

Non saranno gli altri a mettere in atto e sostenere il vostro cambiamento, a meno che non li riguardi talmente da vicino da richiedere una mediazione tra i vostri piani ed i loro.
Partite da voi stessi, ascoltate tutte le opzioni, ma se sentite che la vostra resta la migliore, mantenetela.
Essere se stessi ma muoversi come non si è mai fatto, di certo produce delle reazioni: di ammirazione, stupore, biasimo, disappunto, dolore e sgomento tali da incidere sul vostro e sull’altrui piano di vita.
A chiusura del mio semiserio sproloquio voglio fare ammenda per la “generalità” di certe affermazioni. Immagino chi si imbatte nelle mie righe in cerca di risposte e non trova. Chi sperava in un consiglio saggio e si ritrova nella banalità di un’esortazione.
La sensazione che spero di avere lasciato, sul fondo della vostra pancia, alla fine della lettura, è la possibilità (che bella parola!) di potere guardare in faccia le emozioni e seguirne il filo rosso.

Cambiare può riguardare anche la sola prospettiva attraverso cui osservate la vostra vita. Modificate l’approccio, lo sguardo e le rinnovate consapevolezze.

Quello che ci auguro è di non subire una posizione ma di farne una scelta. Sempre!


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