ATTUALITÀ LIBRI

Strage di Capaci 23 maggio 1992 – 23 maggio 2017

Sono trascorsi ben 25 lunghi anni dall’attentato a Capaci dove trovarono la morte il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro.

Ricordo ancora quel pomeriggio. Avevo 13 anni ed era sabato. Eravamo appena rientrati quando, accesa la tv, guardavo senza capire cosa fosse successo le immagini di morte e disperazione, ma era qualcosa di grave che incombeva sulle nostre vite. I miei genitori abbracciarono me e mia sorella.

A scuola i professori non parlavano che di Giovanni Falcone e del lavoro svolto insieme a Paolo Borsellino nel pool antimafia ideato da Rocco Chinnici, barbaramente assassinato dalla mafia nel 1983. Antonino Caponnetto ne raccolse il testimone e coordinò il lavoro del pool. Era un momento storico in cui l’Italia si chiedeva se era possibile che lo Stato fosse contro lo Stato e che cosa sarebbe successo da lì in poi. La mafia ruggì  ancora con l’attentato a Paolo Borsellino 57 giorni quello di Falcone, il 19 luglio 1992, e le stragi del 1993 (Roma, Firenze e Milano), durante quella che fu soprannominata la “trattativa fra Stato e Mafia”.

A 13 anni era difficile poter comprendere appieno la gravità degli eventi nefasti che stavano insanguinando la storia del nostro Paese, ma grazie alla lettura dei giornali e al dialogo con gli adulti a me prossimi (familiari e professori), ho potuto capire quei giorni neri della nostra storia recente.

I giorni seguenti li ricordo pieni di rabbia, sconforto e commozione, ma anche pieni di voglia di reagire. Purtroppo non tutti siamo contro la mafia, perché la mafia è un modo di pensare contorto. Pensiamo per un attimo che la lotta alla mafia è anche il rispetto per il nostro prossimo. E per questo dobbiamo inculcare ai nostri figli non solo che la strada della legalità e del rispetto delle leggi sia l’unica da seguire, ma a questa dobbiamo associare il rispetto dell’altro nella vita di tutti i giorni. Il nostro compito è di stare tutti uniti come quando a Locri nel 2005, su iniziativa spontanea dei giovani, sorge il movimento antimafie “Ammazzateci tutti” all’indomani dell’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno. Con la solidarietà, la compattezza dobbiamo gridare forte il nostro “NO” contro qualsiasi forma di mafia.

Di seguito un passo tratto dal libro “Per questo mi chiamo Giovanni – da un padre a un figlio il racconto della vita di Giovanni Falcone” di Luigi Garlando, edito dalla Fabbri Editori.

“In questa aula bunker, l’11 febbraio 1986, entrarono tutti gli uomini d’onore che sono stati arrestati grazie alle indagini della squadra di Giovanni. […] Sono duecentodieci e si accomodano in trenta gabbie blindate. […] Centinaia di mafiosi ingabbiati nella stessa stanza, tutti sotto processo: Palermo non riesce crederci. Mai successo. E il grande merito di Giovanni. Il giudice con la barba legge: «Condannato… condannato… condannato…». Una raffica di “condannato” come se li sparasse con il kalashnikov: seicento “condannato” al minuto. […] È questo il grande gol di Giovanni, che fa vincere anche Rocco, Carlo Alberto, Ninni, Beppe e tutti quelli che sono morti durante la partita, giocando con coraggio. Ma c’è un gol ancora più importante. […] Quel giorno, nell’astronave verde, ci sono anche cinquecento giornalisti arrivati da tutto il mondo per seguire il maxiprocesso alla mafia. I giornalisti raccontano al mondo  che Palermo, abituata a vivere nella paura del mostro, ha trovato finalmente il coraggio di combatterlo e sconfiggerlo. Scrivono che Palermo ha rialzato la testa. Grazie Giovanni e alla sua squadra, ora ci guardano con occhi diversi: non siamo tutti mafiosi, siamo anche gente che lotta contro la mafia. È un grande giorno per la nostra città. […].”

Caro Giovanni, chissà come sarebbe stata la storia se tu, Paolo, Rosario Livatino “il giudice ragazzino” foste ancora qui con noi, senza dimenticare tutti coloro che sono morti per la legalità e la giustizia. No, non siete morti invano. Tu e Paolo siete sempre presenti nelle nostre azioni di donne e uomini liberi e leali.

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